Il giorno in cui Pasolini fu ammazzato, Lui si sarebbe raccolto in silenzio,

a casa di un’amica, e insieme avrebbero ascoltato, commossi,

un inno di Francesco De Gregori: Pablo (P.V. Tondelli).

 

 

Stolto! Ciò che tu semini non prende vita, se prima non muore. (San Paolo)

 

 

di Luigi Pingitore

 

 

(frammenti) da Tondelli a San Paolo. Chiudere Pasolini tra estremi. Autunno duemilacinque, ancora fa caldo qui a Napoli. Rifiutare il lutto, l’agiografia, la santificazione, che è quasi sempre una forma di mercificazione di una passione dolorosa. Pensare. Pensare sempre. Anche per non cadere nella trappola inversa, quella di un comodo anticonformismo, che faccia poi dimenticare e passare sotto silenzio.

Beato sia Pier Paolo, massacrato sotto le ruote della sua Alfa. Il destino ha compiuto così la traiettoria che il poeta tracciava da anni, con la mente e con il corpo, sempre proteso verso la Tragedia, l’unica forma di tragedia accettabile, quando per cortocircuito vita poesia storia mito… tutto brucia in un istante, una scintilla che spazza via gli anni degli sputi fascisti e delle pire d’incenso dei lacché.

E così Pasolini si è spinto dove non è riuscito (Rimbaud) Rimbaud, andare un passo oltre la poesia, guardare il mondo in faccia con gli occhi della poesia e rimanerne accecato; e nonostante questo insistere, insistere, moltiplicare versi e immagini e alla fine soccombere per troppa immedesimazione con i propri topoi.

Rimbaud era stato ricacciato indietro, sbattuto dai marosi dei versi contro gli scogli del pragmastimo più bieco, la moneta, il commercio, la vita di tutti i giorni, e alla fine consumato da questo eccesso di inutilità. Non è morto giovane, sebbene avesse trentasette anni. Pasolini aveva cinquantatré anni ed morto da giovane. Ha assurto lo statuto di un icona (come il Che, Jimmy Dean, Morrison, Cobain) tutti eroi morti, e verso cui la nostra adolescenza ha teso la mano, nello sforzo nichilista di una sovrapposizione e di un esorcismo dell’angoscia. Pasolini ha davvero tutto per essere come loro; una morte così densamente letteraria, anticipata mille volte in scene e in versi, e all’improvviso arrivata, con la violenza cieca di cui è capace la realtà: fino a chiudere in un tragico cerchio gli estremi, rendendo il perimetro perfetto ma impermeabile. Lui dentro, e tutti noi fuori. Lui che diventa mito perché si sottrae alla vita seconda la più tipica liturgia pagana dell’antieroe. E noi che dovremmo ora stendere un necrologio che profuma d’incenso.  Noi che oggi dobbiamo assistere ai volti e leggere le parole dei commensali, intellettuali che giocano con i santini, e credono la letteratura un due più due, un’operazione di algebra, un copia-e-incolla privo di vita e passioni. (Stolto! Ciò che tu semini non prende vita, se prima non muore)  Pasolini non è un’icona. (contraddizioni) Piuttosto ci si chieda: davvero un uomo come Pasolini manca oggi a quest’ Italia? Forse perché vorremo qualcuno che gridi denunci scalpiti e si contraddica, si contraddica sempre, si metta a nudo in una fragilità devastante, a stento riequilibrata dalla quantità di splendidi versi e di ottimo cinema che riuscivano così a tenerlo a galla. Davvero ci manca una voce che ci ricordi il vangelo minimo, ossia che il prezzo della dignità è sempre alto, e richiede una libertà priva di regole retoriche nel pensiero e complessamente strutturata  nella forma. Ci manca, perché la coscienza di un’impossibilità di identificazione è abbagliante. Chi oggi può davvero definirsi pasoliniano?

E non si intenda con questa parola il poeta borgataro che parla di puttane e stracci e affonda nella facilità della suggestione, nell’epidermide del maudit all’italiana. No, per essere pasoliniani bisognerebbe innanzitutto essere in costante contraddizione.  Bisognerebbe cadere e fallire e nonostante tutto avere una voce pura e suggestiva, che scava e addensa significati e intuisce visioni. Tutto in Pasolini era contraddizione, scarto feroce tra estremi rappresi intorno a pochi versi; tutto era veloce, fulmineo, prima del tempo (nei suoi scritti socio-politici), o al di là del tempo (nelle poesie). Tutto era sogno impossibile e realtà urgente. Sognare ad esempio di dialogare col proletariato, eleggendolo come unico interlocutore, inciampando così nell’utopia struggente; perché come potevano rapportarsi quei signori delle suburbie romane anni ‘50 di fronte a certe raffinate scelte metriche, da poeta che studia la terzina dantesca per Le ceneri di Gramsci, o che si improvviso filologo del Pontormo per il film La ricotta?

Bisogna immaginare una feroce solitudine, certamente voluta, perché la propria cristologia la esigeva. Ma accentuata terribilmente dai possibili compagni di strada che anziché accettarlo, anche quando le sue ragioni, lungi dall’essere perfette, e per fortuna che non lo erano, erano puntualmente condivisibili, lo hanno affossato. Non bisogna dimenticare mai, e ora soprattutto, ora che sono passati trent’anni che è stata innanzitutto la parte politica a lui più vicina a ripudiarlo costantemente. Il P.C.I. ne ha avvertito la mancanza di ortodossia. Marxismo  ideologico, omosessualità, mercimonio sessuale di adolescenti, sentimento del sacro… erano tutti elementi estranei alla cultura della sinistra italiana degli anni del dopo guerra, una sinistra tarata da un fondo moralistico insopprimibile.

Nulla di meglio da offrire al toro pronto al macello che spuntargli le corna e indicargli la via verso il patibolo. E Pasolini ci si è avviato con la sicumera della vittima che grida e si auto assolve. Era tutto perfetto. La morte di Pasolini era lo spettacolo che mancava alla nostra società, ed era l’episodio che sigillava la sua esistenza con la ceralacca del mito.

 

(primo bilancio, omissis) Poco più di cinquanta righe per non dire ancora nulla, per non sfiorare nemmeno l’argomento, solo frammenti, frammenti e omissis. Immagino quella stanza di adolescenti descritta da Tondelli, una casa nel cuore degli anni settanta, con carta da parati ai muri e il poster di Guevara che pende da sopra il tetto; dallo stereo il suono denso e gracchiante del vinile che gira, e i due ragazzi che ascoltano la canzone di De Gregori. Magari in silenzio. Celebrando. Gli anni settanta stanno per finire. La lotta armata no. Poi ci saranno i morti di mafia e di camorra, poi il nuovo vangelo degli ’80, poi… 

Con gli occhi della storia l’Italia è una passeggiata tra macerie. Un lungo territorio di rovine, un immenso fori imperiali che si estende da nord a sud, attraverso tempo e spazio. E cosa salviamo se non salviamo la bellezza? E Pier Paolo è stato a volta dannatamente bello. Quando cadeva e non si rialzava più, sopraffatto dalle ruote dell’alfa ma anche dai suoi scatti d’ira, incapace di contenersi, bestiale, ferino, animoso, ed ecco un elemento che dovrebbe davvero mancarci. Non tanto la sua visione politica e ideologica, quanto il suo fiato lungo, quella ricerca affannosa, quel suo darsi in pasto, mentre oggi sui vetri delle librerie resta il fiato corto di scrittori senza corpo, gente che non corre mai.

 

Strano che in poco meno di dieci giorni, in quell’ inizio di inverno millenovecentosettantacinque si compisse la parabola fatale di due voci monumentali della nostra poesia. Montale andava verso il nobel. Pasolini verso la sua fine. Ecco, di nuovo una suggestione appanna il pensiero, si sovrappone, cancella. Il poeta borghese vola verso Stoccolma. Eppure anche senza una morte tragica Montale è stato poeta straordinario: (Dora Markus… mi chiedo come stremata tu resisti / in questo lago d’indifferenza / che è il tuo cuore). Il poeta Pasolini muore. E mi vengono in mente versi bruttissimi di Pier Paolo. Tutti quelli d’occasione. Scritti per commentare una notizia, per difendersi da un accusa. Perché un uomo filologicamente così colto incappava in tante sviste?

Evidentemente l’urgenza era superiore alla necessità formale. La sensazione che bisognasse vivere il tempo, ogni istante, non lasciarsi sfuggire nulla. La premonizione, teatralmente messa poi in atto, di un’imminenza della fine.

Ed ecco perché quest’aria di celebrazione, che sa già di museificazione, è così stonata: non copre lo spettro completo, la gamma di rossi e blu, alti e bassi, che l’hanno contraddistinto. E adesso, di contro, ripenso a versi minimi ma straordinariamente intensi, pieni di cinema, carrellate, col respiro della migliore tradizione figurativa del quattrocento toscano …Vengo da te e torno a te, / sentimento nato con la luce, col caldo, / battezzato quando il vagito era gioia, / riconosciuto in Pier Paolo  / all'origine di una smaniosa epopea.

L’epopea finisce, e ancora il bilancio non è possibile, ci sfugge, solo un’astratta sensazione  – sia detto senza assoluta retorica – del vuoto incolmabile, e di fatto non colmato, che Pasolini lascia, col suo carico di pagine spurie, non-finite, con le sue contraddizioni perennemente vive. (fascismo)  Quante stupende contraddizioni nell’uomo che per primo ha offerto all’Italia, non dall’alto della docenza universitaria di stampo marxista, ma dal basso, dal contatto quotidiano della lingua sul mondo, la visone di cosa si apprestava a diventare la società italiana; quel suo andare progressivo verso le magnifiche sorti della società industriale; e che altro non era se non il compimento della rivoluzione fascista. Pasolini più volte intuì che il neocapitalismo in realtà era la prosecuzione e lo svolgimento finale del fascismo, laddove fascismo era innanzitutto volontà di omologazione, di sradicamento delle culture particolari e regionali (i dialetti!), e che se il capitalismo di massa che ha contraddistinto il cosiddetto boom degli anni cinquanta e sessanta, ha da una parte indotto un indubbio innalzamento della qualità media di vita delle persone, dall’altra ha sancito l’inevitabile perdita dell’identità individuale in nome della legge del mercato.

(secondo bilancio impossibile) Vorremmo fare un bilancio, dopo trent’anni sembrerebbe necessario provare a capire, ricapitolare. Ma ricapitolare cosa? In lui tutto era immanenza e urgenza. Eppure tutto era trasfigurato, quasi coperto, dall’enorme quantità di versi e di immagini create. Così viene da pensare che un bilancio non è possibile. Noi dopo trent’anni non possiamo fare i conti con Pasolini.

E in fondo cos’avrebbe avuto da dire lui a quei due ragazzi chiusi in camera in un ‘istante di commemorazione? Non poteva dialogare con loro, perché loro, figli integrati della società, pronti al loro moto di subbuglio, a soccombere al sogno di una rivoluzione da esercitare sulla scala più piccola dell’ingiustizia quotidiana e del tormento personale, avrebbero rappresentato ai suoi occhi uno dei mali che da tempo cercava di sradicare. E questo sia detto senza enfasi era uno dei suoi limiti. Ideologia portata al limite massimo, come arco di freccia, e con il bersaglio davanti della poesia. Un’assolutezza che sfiancava, e che Pasolini temprava con una sfrenata sessualità, un aggancio alla sua vita fisica, da bestia che si concede una comunicazione con altre bestie. Un modo per sentirsi vivere e non solo pensare. E cosa avrebbe avuto da dire agli intellettuali di oggi che si autocelebrano in rete, che sacralizzano la baronia dei rapporti linkandosi a vicenda e mercificando il pensiero in nome di una ambigua possibilità di espressione, democraticamente concessa a troppi.

Niente, probabilmente. 

 

 

Ma noi leggendolo e rivendendo le sue immagini abbiamo la netta sensazione che alla domanda a che cosa serve uno scrittore? Dietro l’arabesco che le sue parole e i suoi pensieri disegnano, qual è la trama che scorgiamo? ci sia una risposta

La mia risposta è assai banale: a me sembra che ogni scrittore lasci al mondo in verità un’unica testimonianza. Che non ha a che fare con le frasi, con la bellezza delle immagini, con la musicalità dei versi creati. Uno scrittore lascia solo la sua educazione alla libertà. Educazione che si aggiunge ai lasciti di quanti lo hanno preceduto: altri scrittori, altri artisti, altri filosofi. Tutto un gran cumulo di libertà, stratificatesi in anni e secoli di evoluzione civile dell’umanità. E ci si chiede se sarà questa la volta buona che il cumulo diventi sufficientemente grande e pesante da riuscire a scuotere il pensiero generale, lo zeitgeist complessivo del mondo. Perché conformismo e paura, alla fine, predominano sempre. E inghiottono. Ma si lavora non solo per sopravvivere. Ma anche per vivere.